martedì 10 aprile 2012

In poltrona: Drive (2011)

"Qualunque cosa accada in quei cinque minuti sono con te, ma ti avverto, qualunque cosa accada un minuto dopo sei da solo. Io guido e basta."


Asciutto, imperturbabile, imperscrutabile.
E' dalla prima battuta della prima scena mozzafiato che Refn lascia intuire che non sarà il solito action-movie.




Fedele alla sua estetica profondamente europea, il regista danese si cala benissimo in atmosfere  tipicamente hollywoodiane: il risultato è un film eclettico, sorprendente e serrato.
"Drive", il titolo è già da sé un chiaro manifesto alle intenzioni: non c'è tempo per ascetismo e meditazione né per dialoghi più lunghi d'una battuta, ogni sentimento è contaminato dall'inquietudine di un passato che incombe e dalla consapevolezza calvinista che non c'è alcuna predestinazione salvifica per i reietti.
...


Così ogni sentimento è dettato dalla colpa e da essa è incapace di liberarsi.
Ogni scelta è dettata da un errore irredimibile, come dimostra lo splendido slow-motion in ascensore, quando il Driver, protagonista senza nome, dichiara il suo amore alla bella vicina nell'unico modo che gli è congeniale: un bacio rubato prima dell'inaudita esplosione di violenza, che -come una rivelazione fulminea- ci ricorda che per ogni luce c'è un abisso più oscuro.


E' la poetica di Refn:
per cui al peccato originale non v'è rimedio e il primo ad averne piena consapevolezza è il protagonista che tace il suo passato e non è timoroso di mostrare alcuno slancio vitalistico per il futuro.
Si crea così una storia di "omissioni":  è lo spettatore che dovrà unire i puntini, che deve -dopo essere stato così brutalmente spiazzato- "ricostruirsi", o almeno figurarsi, la storia pregressa dei personaggi.


A reggere il peso di queste mancanze, di una sceneggiatura leggera, ma chirurgica sono le spalle possenti di Ryan Gosling: sono i suoi silenzi forzosi, gli sguardi duri, penetranti e bipolari a pietire lo spettatore.
Interpreta la sua parte oltre ogni più rosea aspettativa e ci dà l'ennesima dimostrazione -se ve ne fosse ancora bisogno- è davvero nata una star: è quasi grottesca la rigidezza del suo carattere, l'incoerenza dei suoi comportamenti e soprattutto la violenza di ciò che prova.


La violenza, infatti, sembra essere l'unica chiave di lettura d'ogni azione umana, d'ogni slancio emotivo.
E' violenta la vita, che scardina le certezze.
E' violento l'amore, perché annulla il raziocino. Ed è ingiusto, perché è violento nel rifiutarti.
E' violenta la famiglia, che ti rinnega.
E' violento il crimine, che sembra non pagare mai.
E' violenta la violenza, fintamente tarantiniana. Molto più violenta che in altre pellicole.
Molto più violenza, perché la realtà che Refn scandaglia è molto più buia e cattiva.
E' la realtà, appunto, ad essere violenza.
Nel mondo di Refn, non c'è il calcolo equilibrato e studiato di Cronenberg: non può esistere.
Ciò che deve accadere, non matura. Mai! Esplode improvvisamente. Senza preavviso.
Alla dialettica instancabile di questa spirale di violenza, sfugge solo la "sfortuna", o meglio il fato, che -compassionevole e pietoso- avvolge dolcemente l'intera storia.
E' la sfortuna il dolcificante che ci induce a simpatizzare per Rosling.
E' sempre essa a rendere struggente un amore solo accennato, ma esaltato dalla delicatezza morigerata e virginale di una grandiosa Mulligan.
E' la sfortuna che rende un intento generoso (aiutare il marito della vicina) il punto di partenza di una escalation di privazioni e mortificazioni.
L'unico rimedio alla "violenza del destino", alla fine, è "guidare"; verso una nuova destinazione, per cancellare l'ennesimo passato che avrebbe potuto essere futuro, ma non è stato.




E' impossibile derubricare "Drive" ad un genere di riferimento, di esso si può dire esclusivamente che è un film di Refn, fortemente monografico: personalità travagliate che cercando la redenzione, perdono la salvezza.


E il tutto è reso con un'accuratezza esasperante, ma mai accademica o fredda:
il montaggio è un film nel film, un capolavoro assoluto con sfumature che non si vedevano da anni.
La regia è decisa e serrata, inquieta. Capace di creare geometrie affascinanti in ambientazioni inconsuete ed anguste. E di affascinare con capovolgimenti inattesi.


Un gioiello. Di romanticismo. E di violenza. Annegato in una colonna sonora d'altri tempi.




Voto: 9+







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