mercoledì 23 maggio 2012

Vi perdono, ma vi dovete inginocchiare.

Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. 23 Maggio 1992.

Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traiana. 19 Luglio 1992.


Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe...

Era un torrido pomeriggio di Maggio, precisamente le 17:56.
Chi di noi ha vissuto quei momenti probabilmente si ricorderà cosa stessa facendo, prima che le edizioni straordinarie del TG1 e del TG5 spezzassero la serenità di un fine-settimana apparentemente come gli altri.
4 mesi prima nasceva Emanuele Schifani, figlio di Vito e Rosaria, una felice coppia di giovani palermitani che aveva appena realizzato il suo più grande sogno, una nuova famiglia.
27 e 22 anni avevano Vito e Rosaria. Gli anni dei sogni che spesso diventano disincanto, della pianificazione del futuro che non andrà mai come i piani, della vigoria fisica e mentale che fa credere di essere invincibili, della felicità, non quella smodata ed effimera degli adolescenti, ma la più matura e consapevole di chi ha imboccato una strada.
La strada di Vito era un po' più tortuosa di altre, non sappiamo se per suo esclusivo volere o per casualità.
Ma Vito ne era fiero, perché coniugava la tenace ideologia di una gioventù che non voleva arrendersi alla mafia con il rischioso pragmatismo di chi combatteva sul campo la battaglia extra-ordinaria dei magistrati Falcone e Borsellino.
Vito -come Francesca, Rocco ed Antonio, come Agostino, Vincenzo, Walter, Claudio ed Emanuela- era un agente delle scorte dei due magistrati palermitani.
Quel sabato pomeriggio avrebbe dovuto essere con la moglie ed il figlio, in caserma Ungaro.
Quel sabato pomeriggio non era il suo turno, ma la fedeltà e l'affetto che lo legavano a Giovanni, un uomo ormai solo ed abbandonato dallo Stato nelle mani di sadici persecutori di Male ed Odio, lo "obbligarono" ad accompagnarlo da Punta Raisi, cui era appena atterrato da Roma, a Palermo.
Era alla guida di una delle 3 Fiat Croma che componevano l'esigua scorta.
Dall'altro capo della città, Rosaria aspettava il bus alla fermata, di ritorno dalla casa della madre: in grembo, Emanuele era molto più irrequieto del solito. Ed in lontananza sfrecciavano volanti, presagio di quello che era appena accaduto.
L'ultimo saluto di Rosaria a Vito è stato quello, il pensiero rivolto a Dio nella speranza che quelle sirene non fossero per lui.
In obitorio, poche ore dopo, non ci sarebbe stato saluto. le avrebbero fatto vedere la sola mano, perché il cadavere era macerato dai quintali di tritolo con cui gli uomini del DIS-onore avevano spezzato la sua giovane vita. 
L'ultimo saluto di Emanuele al papà non c'è mai stato, perché non ha potuto salutarlo nemmeno una prima volta.
Il video in testa si riferisce ai funerali di Stato degli angeli caduti, con l'appello straziante ad una giustizia che non ha fatto il suo percorso, in questi 20 anni.

"Io voglio sentire una sola parola: lo vendicheremo. Se non puoi dirmela, presidente, non voglio sentire nulla, neanche una parola."
Quelle parole non sono mai arrivate.
20 anni dopo -i 20 anni della mia vita- m'interrogo ancora sui motivi di tali brutalità, sulle aberrazioni di un Paese che non può concedersi di accettare passivamente uno Strumento di Morte, quale unicamente è la mafia -e le altre organizzazioni malavitose da lei derivate.
E' radicata quanto un cancro nelle maglie di Paesi nei quali sono l'unico Stato: si dice dia da mangiare, trovi occupazione, generi ricchezza e -probabilmente- in questi borghi è omertosamente e devotamente ringraziata dalla larga parte della popolazione che vive in e grazie ad essa.
Ma come un cancro -peggio del cancro- uccide. 
Silente, viscida fa vittime, si lascia alle spalle vedove ed orfani.
Fa uno spregiudicato utilizzo del libero arbitrio concedendosi la presunzione di scegliere delle vite -e morti- altrui, come un mietitore divino.
Chi ha una così bassa considerazione del dono della vita da estirparla brutalmente dagli occhi di chi si affanna per sopravvivere, in cerca della propria felicità, non merita innanzitutto la propria vita.
Non merita il sorriso di chi ama.
Non merita notti per sognare e giorni per vivere.
Non merita di camminare tra le vie polverose e rumorose della sanguigna Palermo.
Non merita gli agrumeti ed il cielo.
Non merita, forse, nemmeno la compassione.
Eppure, c'è chi ha la forza di concedere loro un perdono, che non avranno mai anzitutto dalle loro anime dannate.

Non furono semplicemente delitti di mafia, bensì di Stato.
Perché non seppero (non sapemmo) difenderli, anzi prepararono loro una prigione la cui unica via d'uscita era evidentemente la morte.
Sono delitti di Stato perché, ad oggi, sembra non esser cambiato nulla.
Se non le coscienze di giovani che vorrebbero cambiare le cose, ribellarsi all'omertà, ma non trovano conforto ed aiuto nelle istituzioni, che non ci sono e, pur ci fossero, sono conniventi al sistema.

Non ho molte parole, perché le immagini di quelle stragi mi tagliano il fiato, ma mi tormentano la rabbia e l'impotenza nel rivedere le foto di giovani come me che non hanno potuto vivere la propria vita.

Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe...


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